Aspetti fisico-chimici degli effetti delle alte diluizioni

Fare luce sul meccanismo d’azione delle alte diluizioni rimane una questione centrale, in Omeopatia. I lavori di laboratorio suggeriscono che le droghe altamente diluite abbiano un’attività farmacologica e non siano soltanto placebo. L’ipotesi di Avogadro fu formulata nel 1811, dunque durante la vita di Hahnemann, e confermata sperimentalmente nel 1909. Secondo tale legge, oltre la dodicesima centesimale e la ventiquattresima decimale è assolutamente improbabile trovare in una soluzione molecole della sostanza di partenza. Le ipotesi sulla natura fisico-chimica dei rimedi omeopatici si incentrano sull’idea che un’informazione non molecolare si imprima sulla struttura del solvente, che può interagire attraverso fenomeni di risonanza con i sistemi di regolazione biofisica dell’organismo. Quando una data molecola è dissolta nell’acqua, la struttura di quest’ultima cambia in maniera dipendente con le proprietà della molecola stessa. In molti laboratori, attraverso la termoluminescenza, la RMN e la spettroscopia Raman sono state dimostrate modificazioni permanenti nella struttura fisico-chimica delle alte diluizioni, purché dinamizzate. È come se le molecole delle sostanze diluite sottoposte a dinamizzazione evolvessero in strutture sopramolecolari contenenti nanoparticelle che inducono modificazioni nell’organizzazione molecolare del solvente (fenomeno conosciuto come epitaxy). Sembrerebbe che l’attività delle alte diluizioni sia dovuta a campi elettromagnetici. Esistono due modelli teorici per giustificare la cosiddetta “memoria dell’acqua”: quello dei cluster dei legami idrogeno e quello della superradianza quantica elettrodinamica, che postula la creazione di domini di coerenza. Le ipotesi fin qui riassunte hanno avuto tutte un qualche tipo di conferma sperimentale. 
Homeopathy, 2015, 104, (2), 139

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